domenica 13 aprile 2014

di mandorle, di arance e di ricordi

1° ottobre 1955  il mio primo giorno di scuola. .
La mattina mia madre mi svegliò presto, mi aiutò a vestirmi e mi infilò il mio grembiulino bianco, fresco di stiratura, chiese a una inquilina di quella casa di ringhiera di badare alla portineria e mi accompagnò a scuola. L'unico, solo giorno della mia vita in cui andai a scuola accompagnata.
Per arrivare alla scuola di Piazza Sicilia il percorso era abbastanza lungo, tutta la via S. Siro, Piazza Wagner, Piazza Piemonte, e alla fine la scuola e Via Sardegna.. Un edificio grigio a due piani, con grandi finestroni, un po' triste e austero, come tanti edifici costruiti ai primi del '900.
Quando arrivammo in vista della scuola, mi prese un po' di paura, non avevo idea di quello che mi aspettava, di chi sarebbero state le mie compagne, e soprattutto non sapevo come fosse la maestra.
Perché la maestra, nell'immaginario di un bambino, è una figura importante. 
Io avevo un poco di timore...dai racconti dei miei genitori, la maestra era descritta come un cerbero munito di una lunga bacchetta con la quale ti pestava le mani o le gambe alla prima parola, o al primo errore.
Ricordo quella piccola scalinata con le ringhiere, affollatissima di mamme e bambini in grembiule bianco. E un vociare continuo che si acquietò non appena comparve la direttrice per fare l'appello delle classi. Non dovetti aspettare molto perché finii per essere chiamata quasi subito.
Dunque ero in Prima A. E le classi, a quel tempo, erano tutte o femminili o maschili. Niente classi miste.
Mia madre mi accompagnò in classe insieme alle altre bambine e alle loro mamme. E lì conobbi quella che sarebbe stata la mia maestra. Si chiamava Zina Tresoldi.
Pochi minuti per presentarsi e le mamme vennero congedate. E mentre pian piano le mamme uscivano dalla classe, io osservavo la maestra...
Una donna di mezza età, con i capelli di lunghezza media, tinti di quel grigio argento con quello che un tempo chiamavano cachet, ondulati e con una pettinatura anni '20... un viso largo, e un sorriso accogliente, così mi parve all'inizio.
Ricordo che mi colpirono i suoi occhi, ne aveva uno mobilissimo, il sinistro, che sembrava andare per fatti suoi.
Negli anni, ogni volta che facevamo un compito in classe, quell'occhio era sempre rivolto verso di noi, mentre l'altro era abbassato sul registro, come se leggesse, e noi non sapevamo mai se ci stesse guardando oppure no. Non l'ho mai capito.
Quel giorno conobbi tutte le mie compagne, fra cui anche la figlia di un noto primo violino della Scala, Cesare Ferraresi. Musicista molto conosciuto che fondò poi, nel 1968, il Trio di Milano complesso che conquistò un posto di primo piano nel concertismo internazionale.
Fu lì, in prima elementare che scoprii che il mondo non era quel posto facile e bello in cui avevo vissuto fino a quel momento.
Poco alla volta vennero a galla i favoritismi, gli aiuti indebiti, le preferenze, a scapito di quelli che non avevano un censo o non appartenevano alla stessa classe sociale della Ferraresi, o della maestra stessa.
Quante volte chiamava me e un'altra mia compagna alla cattedra e ci ispezionava davanti a tutti, capelli, collo e orecchie, e poi scendeva e esaminava minuziosamente il grembiule bianco. Non ci doveva essere nessuna macchia, nemmeno la più piccola. E a quel tempo si scriveva con l'inchiostro e il pennino.
Se ne trovava anche solo una microscopica erano note sul quaderno e lavate di capo. Eppure mia madre mi mandava a scuola pulitissima, grembiule immacolato tutte le mattine.
Chissà cosa credeva la Zina Tresoldi? Pensava forse che non abitando in case signorili come la sua o quella della Ferraresi non avessimo un posto dove lavarci? Nel mio caso era anche vero, il bagno lo facevo dentro a un grande mastello, con l'acqua scaldata sul fornello a gas, ma la pulizia e l'igiene personale sono sempre state massime in casa mia, mia madre ci teneva troppo a mandarci in giro come si deve, me e mia sorella.
Queste ispezioni erano umilianti, perché gira e rigira, le faceva quasi sempre a quelle bambine che non rientravano fra le sue preferite.
Comunque fui sempre promossa, e arrivò anche la fine delle elementari.
La Zina Tresoldi aveva 5 anni di più e probabile che con noi chiudesse la sua attività di insegnamento. Così alla fine della quinta, appena concluso l'anno scolastico, invitò tutte le alunne a casa sua, per una merenda di commiato.
Lei e sua sorella Maria Rosa, ci accolsero in un elegantissimo appartamento in Via Verga 15, all'ultimo piano, dove avevano un grande terrazzo fiorito. Il tavolo, sul terrazzo,  era apparecchiato per il the, e un sacco di pasticcini e altre cose buone facevano bella mostra nel vassoi. Ad un certo punto suona il campanello e arriva il ragazzo del bar con del sorbetto per tutti. Sorbetto all'arancia.
Me lo ricordo ancora come fosse adesso il sapore di quel sorbetto. Era forse la prima volta che ne sentivo parlare e la prima volta che ne assaggiavo. Mi rimase impresso per giorni.
Ci salutammo e da quel momento passarono moltissimi anni prima che la rivedessi. La salutai che ero bambina e la rividi che ero donna e madre.
Capitò nel 1979, aspettavo la mia seconda figlia ed ero quasi alla fine del tempo. Andammo a trascorrere una breve vacanza alle cinque terre, a Monterosso, in occasione del ponte del 25 aprile.
Ricordo che il tempo non era clemente e un pomeriggio che mio marito volle rimanere in albergo, io e mia figlia Serena uscimmo per una passeggiata, nonostante minacciasse di piovere.
Camminando lungo il mare, prima di arrivare alla galleria, lo sguardo si posa sul citofono di una bella casa, richiamato dal nome scritto: Zina Tresoldi. Un tuffo al cuore perchè di colpo ricordo che lei parlava sempre della sua casa di Monterosso. Senza starci a pensare, incoscientemente suono.
Mi risponde lei direttamente e ne riconosco subito la voce. Ci fa entrare, commossa. Mi abbraccia e accarezza mia figlia.
Parliamo per un'ora e più, e lei si ricorda perfettamente di me, perfettamente. Mi rammenta un paio di episodi che me lo confermano. Questa cosa mi destabilizza un poco perché la mia opinione di lei e dei suoi favoritismi non era granché positiva, però dopo tanti anni, tutto è stemperato nella nebbia dei ricordi, ed averla davanti in quel momento, dopo tutta una vita mi fa molto molto piacere.
La saluto a malincuore con la promessa che sarei tornata a salutarla con mio marito, che aveva chiesto di conoscere.
Purtroppo non fu possibile tornare a trovarla, dovemmo rientrare urgentemente a Milano per motivi di lavoro.
Molti anni dopo, cercando dei documenti storici per una ricerca, mi imbattei in un libro,
Volontarie della Libertà, che parlava fra le altre donne, di lei e di sua sorella. Scoprii che durante la guerra avevano aiutato per anni molte persone, ebrei e antifascisti soprattutto, a nascondersi, andando anche in carcere prima a Como e poi a S. Vittore e una volta libere per una amnistia, avevano contribuito ad organizzare la fuga rocambolesca dal carcere, di Franco Momigliano, il grande economista.
Non ho più avuto modo di vederla, di parlarle, di raccontarle quello che avevo letto su di lei, di dirle che la sua figura è stata comunque importante nel mio percorso.
Me la ricorderò per sempre, seduta su una vecchia poltrona a fiori, con un grande scialle di lana sulle spalle, la sua testa argentata, e il suo occhio ballerino che mi guarda amorevolmente mentre chiudo dolcemente la porta della stanza.

Oggi, domenica, ho preparato un dessert come tutte le domeniche, un dolce che prevede anche un sorbetto all'arancia.
Lo dedico a lei, in ricordo di quel lontano giorno a casa sua.

Ciao Zina.




Crema di mandorle, sorbetto di arance rosse e streusel alla fava Tonka

 per 6 persone


 per la crema alle mandorle
400 ml panna liquida fresca
100 gr mandorle pelate
225 gr latte di mandorla
8 tuorli
140 gr zucchero



per il sorbetto di arance rosse
400 gr succo d'arancia
1 limone, il succo
2 albumi
150 gr zucchero
2 cucchiai Cointreau, o altro liquore all'arancia


per lo streusel alla fava Tonka
50 gr farina di mandorle
50 gr burro
50 gr farina
2 cucchiai zucchero di canna
1 fava tonka

qualche fogliolina di menta per colorare


Questo dolce va preparato con un po' di anticipo rispetto al momento di servire.

Se non trovate le arance rosse, non ha importanza, sarà più giallo il sorbetto, ne risentirà solo l'estetica.

Per prima cosa preparate il sorbetto, se avete una gelatiera è una cosa veloce, altrimenti sarà un po' più laborioso ma ci si riesce ugualmente.
Spremete le arance, filtratene il succo arrivando alla dose di 400 gr.
spremete anche il limone e aggiungetelo al succo d'arancia.
Unite lo zucchero e mescolate il tutto finché è completamente sciolto.
Unite anche il liquore.
Montate a neve i due albumi e cercate di incorporarli al composto, non è facile unire una massa montata con un liquido, ma man mano che congela ce la si fa.
Se avete la gelatiera, basta versare il composto e azionare la macchina con la funzione sorbetto, altrimenti mettete il composto in una vaschetta bassa, meglio se di acciaio, o altro metallo, in modo che in freezer conduca meglio il freddo.
Mettete la vaschetta in freezer, e ogni 30/40 minuti, estraetela e mescolate il composto.
Operazione da ripetere finché tutto  è completamente congelato e amalgamato. Ci vorrà un po' evidentemente, ma alla fine il risultato sarà uguale.
Una volta pronto il sorbetto, dimenticatevelo in freezer.

Il giorno prima, tritate le mandorle, intiepidite la panna liquida, versatela in una ciotola e aggiungete le mandorle tritate. Coprite e tenete in frigorifero fino al momento dell'uso.
Al momento di preparare il dolce, filtrate la panna dalle mandorle con un colino cinese, premendole bene per estrarre tutto il liquido.  Le mandorle che resteranno non buttatele, potranno essere usate per un dolce o per un crema frangipane.
In un pentolino scaldare la panna filtrata insieme al latte di mandorla.
Mescolate le uova con lo zucchero con un cucchaio di legno, in modo da non fare schiuma.
Versate la panna calda sulle uova, a filo, mescolando fino ad amalagamare bene tutto.
Preparate degli stampi da forno, delle cocottes, degli stampi da crème brulée, quello che preferite,  dentro a una teglia che possa contenerli agevolmente.
Versate delicatamente la crema negli stampi in modo che siano più o meno tutti pari.
Mettete la teglia nel forno già caldo a 180°, versate con attenzione dell'acqua bollente nella teglia in modo che arrivi a metà degli stampi e infornate per 50 minuti, forse meno.
La crema è cotta quando al tatto è resistente. Nel caso dovesse iniziare a scurirsi, copritela con dell'alluminio.
Togliete dal forno, lasciate raffreddare la crema nel suo bagnomaria, poi coprite uno per uno gli stampi con la pellicola e tenete in frigorifero fino al momento di portare a tavola.

Ora tocca allo streusel.
In una ciotola mescolate la farina di mandorle con la farina bianca, aggiungete lo zucchero di canna, la fava Tonka grattugiata e il burro a pezzetti, freddissimo.
Con le mani mescolate tutto in modo che il burro si incorpori e il composto sia una specie di briciolame.
Foderate di carta forno una teglia bassa, sbriciolatevi sopra il composto e cuocete in forno a 180° per circa 10/15 minuti, dipende dal forno.
Se si allarga e tende ad unirsi non ha importanza, tanto poi va sbriciolato comunque con le mani, per decorare il dolce.

Al momento di portare a tavola montare il dolce.
Riprendete la crema dal frigo, sbriciolatevi in mezzo un poco di streusel,  prendete anche il sorbetto dal freezer, lasciatelo qualche attimo ad ammorbidirsi quindi fatene delle quenelles e appoggiatele sopra lo streusel. Guarnite con una fogliolina di menta.

Un dolce ottimo, una vera armonia di sapori fra arancia e mandorle.